A Melfi i funerali del prof. Mauro Tartaglia

Con la partecipazione di un grande numero di cittadini di Melfi – che hanno riempito la Cattedrale della Città nei posti a sedere e nelle navate laterali – don Vincenzo D’Amato ha celebrato oggi le esequie del prof. Mauro Tartaglia, melfitano benemerito, a lungo amministratore pubblico, storico maestro elementare e promotore del rinnovamento della didattica e dell’educazione, attualmente consigliere di amministrazione della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” e animatore civile e culturale del Centro Nitti di Melfi. Al termine della cerimonia religiosa sono intervenuti il sindaco Livio Valvano, l’avv. Michele Cristiani (a nome dei tantissimi allievi del defunto), il maestro Antonio Campaniello che ha rievocato la storia delle sperimentazioni sociali ed educative in particolare degli anni ’60 e ’70, il presidente della Fondazione Nitti prof. Stefano Rolando e in conclusione Gennaro Tritto che ha letto una poesia di Henry Scott Holland. Insieme alla signora Marisa Tartaglia (consorte da più di 50 anni), ai figli Nicola, Gianluca e Roberta con le loro famiglie e con molti altri congiunti, erano presenti, tra gli altri, membri della Famiglia Nitti (la nipote di Francesco Saverio Patrizia, i pro-nipoti Edoardo e Giorgio), il segretario del consiglio scientifico della Fondazione Nitti Giovanni Vetritto, l’on. Roberto Speranza e il sen. Giuseppe Brescia esponente dell’ANPI.
Nel giorno delle esequie sono giunti anche i messaggi di cordoglio delle istituzioni regionali. In particolare Il presidente della Regione Marcello Pittella lo ha ricordato così:”Esprimo la mia vicinanza alla famiglia di un grande socialista scomparso, Mauro Tartaglia, con cui ho avuto il privilegio di condividere una lunga stagione di impegno politico e civile, e tante battaglie per la crescita culturale a cui egli era particolarmente legato, come testimonia il suo autorevole e appassionato impegno nella Fondazione Nitti a Melfi”.
Ha voluto ricordarlo anche il consigliere regionale Piero Lacorazza: “Ho conosciuto bene Mauro Tartaglia grazie a Nitti. Appassionato cultore di tante iniziative su Francesco Saverio Nitti è stato un animatore, il pilastro fondamentale per la nascita della Fondazione dedicata allo statista. Possiamo dire che senza di lui non si sarebbero potuti raggiungere molti obiettivi. Ho conosciuto Mauro Tartaglia, quindi, grazie a Nitti e ho incontrato, credo non solo io, la storia e la vita di Nitti anche grazie a Mauro Tartaglia. Anche per questo gli sono grato. Alla famiglia, alla Fondazione e alla comunità di Melfi esprimo il mio cordoglio e la mia vicinanza con il desiderio che nel ricordo e nella memoria di Mauro si alimentino radici più forti per la cultura e per l’attività intorno alla figura di Nitti” .
Gianni Pittella, presidente del gruppo socialista al Parlamento europeo ha ricordato: “un grande socialista con cui ho avuto il privilegio di condividere una lunga stagione di impegno civile e tante battaglie per la crescita culturale a cui era particolarmente legato, come testimonia il suo autorevole e appassionato impegno nella Fondazione Nitti a Melfi” .PER MAURO TARTAGLIADobbiamo gratitudine a don Vincenzo D’Amato per la sua omelia ispirata, amichevole, incoraggiante.
E’ giusto essere qui – in questa Cattedrale millenaria che racconta una lunga storia che non era estranea alle conoscenze e agli studi del nostro Mauro – per rendere a lui un estremo saluto e per confortare noi stessi per la perdita.
E’ giusto essere qui in tanti – parenti, amici, conoscenti – e sentirci oggi più che mai comunità, per chi ha creduto fermamente in questa comunità, nelle sue peculiarità, nel suo incrociare storie, linguaggi, dolori e fortune.
E’ giusto avere con noi il nostro Sindaco – e altri sindaci precedenti – simboli istituzionali della comunità e della cultura politica, locale e nazionale, per chi non ha mai smesso di attendere l’affermarsi di una “buona politica” capace di fare e di perseguire il bene comune. Ricordando che al Comune di Melfi Mauro è stato per trent’anni Consigliere, è stato varie volte Assessore (tra cui alla sua più amata competenza, quella dell’Istruzione) ed è stato vice-Sindaco.
E’ giusto lo stupore, lo smarrimento, l’incredulità di tanti – certamente dei suoi stretti familiari e di alcuni amici di maggiore frequentazione – per questo improvviso aggravarsi della salute e precipitare in pochi giorni, come una sorte ineludibile, per ricordarci la nostra vita breve, il nostro tempo limitato, l’importanza di pensare ogni giorno come fosse l’ultimo, così da mettere ogni giorno energia, volontà, amore nel nostro vivere. Come Mauro ha fatto ogni volta, ogni giorno da quando – alcuni decenni fa – abbiamo fatto amicizia, mutuandola io da quella ancora più antica assunta da Patrizia e da tutta la famiglia Nitti.
E’ giusto che una città, un territorio, un mondo di valori e di esperienze, senta oggi il peso della parola “perdita”. Non muoiono più i “padri della patria” che sono tutti morti. Muoiono però i “padri”. Quelli cioè che – uomini o donne – hanno sentimenti paterni, sguardo autorevole, gratuità nei loro rapporti con il prossimo (sentimento che per natura hanno più le donne degli uomini), che sono felici se quel prossimo cresce e matura anche meglio di loro, purché rispettando vincoli, assumendo impegni, consolidando principi.
E’ giusto che intervenga oggi qui, oltre al Sindaco e a chi vi parla (anche a nome della Fondazione Nitti di cui Mauro è consigliere di amministrazione), un suo stimato collega nella scuola e un suo giovane allievo, perché Mauro – insignito di alta benemerenza della Pubblica Istruzione – è stato maestro per generazioni, ha interpretato l’idea di scuola e di educazione come la strategia fondamentale di ogni regola della vita pubblica, ha mantenuto vigilanza e il suo stesso apprendimento regolato dall’entusiasmo, dalla partecipazione, dalla smania di futuro che il mondo della scuola esprime.
E’ giusto che ci siano lacrime per Mauro. Carissima Marisa, le tue possono anche essere virtuali, esse sono comunque le più metaforiche, perché in esse naviga l’intera vita di una coppia straordinaria, prolifica, generosa e civilissima. Ma sono certamente reali quelle di una ampia famiglia che – a cominciare da Nicola, Gianluca, Roberta e dalle loro singole famiglie insieme a zii e cugini – perde il suo capo indiscusso e sente tutto il peso dell’eredità immateriale che, alle soglie di questo complesso 2017, si trasferisce a tanti.
E’ giusto che io gli abbia scritto per tempo, due anni fa in occasione dei suoi 80 anni, una lettera privata per riconoscere in quel compleanno la festa – scrissi – di una “figura esemplare” , a cui nella stessa lettera ho avuto l’ardimento dell’amico nel dargli del “rompiballe” e l’affetto di un fratello minore nel dargli “merito di un potere persuasivo che si può esercitare solo essendo persone oltremodo rispettabili e credibili”.

In quella lettera avevo anche scritto:
“Quando mi accorgo che l’agenda mi insidia e le distanze logistiche sono un freno oggettivo, mi viene da ridere pensando a come Mauro ti incoraggia abitualmente ad essere un commensale attivo e non rinunciatario: “poco poco”. Come dire, non ti venga in mente di pronunciare la parola “niente”. E questa è – lo sappiamo bene – una metafora che si riferisce alla nostra incompiuta, che riguarda i progetti e gli impegni della Fondazione Nitti. Un’opera civile degna, ma ancora con troppe cose da completare. Mauro non ti consente la dieta vegana e non ti consente di accontentarti di una “Pietà Rondanini”. L’abbozzo di un’opera che lascia ai posteri il suo completamento. Questo non è il genere d’opera d’arte che preferisce. Quando credo di aver fatto il mio dovere sul nostro modesto ordine del giorno, lui torna immancabilmente alla carica con le sue più grandi incompiute: il Castello, la Scuola, la Manutenzione (con la m maiuscola), la Memoria (anche essa non riservata alle stupidaggini), il suo rapporto con il Genius Loci. Da vent’anni Mauro è coerente con le battaglie che aveva fatto anche nei venti anni precedenti, nei quali aveva fatto le stesse battaglie che nei venti anni ancora precedenti. Insomma una personalità coerente. Così lo conosciamo, così l’apprezziamo, così gli vogliamo bene” .

E’ giusto che sia ricordata qui anche la sua ricerca e la sua scrittura. Sono orgoglioso di avere editato una collana di libri per potere ospitare la serie delle sue pubblicazioni antropologiche, sociologiche, linguistiche che sono la cruna dell’ago di chi voglia entrare nell’interpretazione dei segreti di un territorio complesso, striato dalle storie millenarie e diverso nella sua stessa interna biologia e stratificata sociologia.
E’ giusto – infine – che ci siano qui nella loro invisibilità materiale ma anche nella loro presenza spirituale, nel rispetto della religione che in questa Cattedrale si celebra ogni giorno e che è cultura condivisa della nostra civiltà cristiana, anche le bandiere ideali di una lunga storia di valori collettivi che sono quelli di una generazione che ha creduto nella sintesi dei valori democratici costituzionali e nella speranza popolare per un socialismo che non si è mai interamente realizzato, che ha commesso anche errori di previsione e di scelte, che non sempre ha saputo provvedere alla sua rigenerazione, ma che resta – e prendo a prestito, in onore di questo luogo, le parole a Sant’Agostino – “con la forza e la capacità di proiettare sul mondo l’ombra del futuro” .
Addio caro Mauro, ti sia lieve la terra.
E per le ansie, le attese, le speranze con cui hai nutrito le tue giornate, in un Mezzogiorno d’Italia pieno di qualità ma spesso frenato da una percezione un po’ passiva del concetto di tempo, ti ripaghi il nostro modesto ma sicuro impegno. Anche a fronte di tutto ciò che insieme abbiamo più volte considerato “incompiuto”.
Impegno comunque per tutto ciò che – sono molti qui oggi accanto a te a pensarlo, rovesciando se è permesso il verso di Montale – è parte di ciò che siamo e di ciò che vogliamo.

Prof. Stefano Rolando
Presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”

Caro Mauro

Non avrei mai voluto essere qui, oggi, per questa ragione, insieme a Marisa, Roberta, Gianluca, Nicolae i tanti amici e compagni di viaggio.
Tu che sei stato uomo impegnato sul fronte della ricerca continua di spazi di libertà per gli altri, oggi stai comprimendo la nostra,
ci stai costringendo a fare ciò che non avremmo mai voluto fare: salutarti per l’ultima volta.
Ci hai insegnato che chi è impegnato nella vita pubblica ed è convinto della preminenza dei valori di una cultura politica come quella socialista, liberale e democratica, di cui non ti sei voluto privare fino all’ultimo, ama la libertà come bene supremo a tal punto da mettere a repentaglio la propria.
Per la prima volta non potrai prenderti cura della nostra.
I tuoi stretti congiunti durante la tua vita hanno imparato a conoscere, apprezzare e quindi a sostenere un uomo che non si preoccupava della sua ristretta sfera di interessi.
A loro si sono aggiunti gli amici e i compagni, si i compagni di un viaggio appassionato nella vita politica, fatta di valori, di sentimenti, di energie unite per onorare le istituzioni e gli incarichi di amministratore che la gente comune ti ha ripetutamente affidato.
Hai fatto l’amministratore della nostra città con grande impegno, per molti anni, sempre alla ricerca del bene comune anche a costo di rimetterci personalmente.
A volte, si sa, la battaglia civile in politica è influenzata dai difetti umani, quelli di cui tu oggi ti sei liberato, che ne sviliscono il senso, che offuscano i fini e che, quando prevalgono producono caos e decadenza.
Anche questi agenti non hanno ossidato ne compromesso la tua passione che ti ha mosso sempre e solo al fine di far crescere la nostra comunità.
Non ricorderò Io il tuo impegno per il centro NITTI, che oggi non avremmo senza la tua tenace e continua sollecitazione a ogni livello, contro ogni previsione, anzi contro tutto e contro tutti.
Ma la tua attenzione alle giovani generazioni voglio sottolinearla:
é un esempio per tutti noi.
Ripeto é, non “é stato”.
É e sarà in futuro un esempio per tutti noi.
Il continuo stimolo per la cultura, per lo sport, per far crescere la qualità della vita nella nostra città,è lo sforzo di chi lavora vivendo il futuro nel presente; é la tensione continua che impegna chi interpreta il ruolo istituzionale nel modo corretto, con la visione della comunità anteposta alle proprie ambizioni.
In questo Mauro, purtroppo, non sei stato accompagnato da moltissimi tuoi concittadini. Al contrario ti sei spesso trovato solo e in quella solitudine hai rafforzato le ragioni del tuo impegno, hai rafforzato le tue difese immunitarie e sei diventato portatore sano di una vera e propria malattia ideale virulenta.
É una patologia che viene da lontano, dal vivere la politica attraverso i valori, gli ideali, le culture politiche.
La politica come arte nobile, quella che rompe le catene delle restrizioni materiali, culturali ed etiche.
Tu avevi scelto per tua convinzione la famiglia socialista democratica, più vicina al tuo stato d’animo mai pago delle condizioni date ma sempre alla ricerca di migliorare, di cambiare l’esistente per includere e far entrare nel gioco sociale i più deboli, a partire dai giovani e dallo loro educazione.
Come essere umano qualche colpa l’avrai avuta.
Qui te ne imputo una, inappellabile:
la colpa di aver trasmesso quegli ideali, cioè quella virulenta malattia, non solo ai tuoi familiari, di cui possiamo solo immaginare i sacrifici che insieme a te hanno dovuto sostenere,
ma l’hai trasmessa anche a moltissimi giovani che ancora “ne pagano” le conseguenza e che pensano ancora che la passione politica possa essere lo strumento di crescita di una comunità e di emancipazione dei più deboli.
Nonostante i tempi che viviamo quel virus ideale lo hai trasmesso, quindi non si è esaurito con la tua esistenza mortale.
Per questo tu hai non semplicemente il nostro perdono ma la nostra sentita riconoscenza.
Nella vita di ognuno di noi abbiamo poche persone cui facciamo riferimento per misurare la bontà delle nostre azioni, nel bene o nel male.
Mi riferisco a quelle persone che utilizziamo come confronto astratto rispetto alle scelte che dobbiamo fare.
Vuoi o non vuoi, Maestro Tartaglia, tu sei un riferimento, per moltissimi tuoi alunni, così come lo sei stato per molti compagni.
Anche questo non si esaurisce oggi.
Non era necessario incontrarti e interrogarti di persona per confrontarsi con il tuo punto di vista.
I nostri incontri per ciò che tu più avevi a cuore, la città di MELFI, sono stati per me sempre motivanti e illuminanti.
Mai un ragionamento sugli assetti di potere e sulle dimensioni più invisibili e meno nobili della politica.
Sempre e solo l’interesse della città, cioè DEL TUTTO, composto da quelle tante persone di cui non conoscevi l’identità, di cui non ti serviva conoscerne l’identità per intuire i bisogni della comunità, perché tu l’identità della nostra comunità la conoscevi bene, fin troppo bene; di essa sei uno dei pochissimi custodi.
Questo perché per conoscerla devi percepirla,
devi volerla,
devi amarla.
Tu amavi MELFI. Io lo so!

Di questo sentimento non ti sei mai riuscito a liberare per vivere più sereno, per pensare solo a te e alla tua famiglia.
È oramai troppo tardi Mauro per interrompere il legame con la tua comunità. Avresti dovuto pensarci prima.
Noi non intendiamo liberarci della tua compagnia, del tuo generoso supporto.
Continueremo il viaggio insieme, ci ritroveremo sempre attraverso ciò che qui hai voluto lasciare con la tua opera, con la tua passione.

Ciao Maestro e Compagno Mauro

Livio Valvano sindaco di Melfi

Cattedrale di Melfi 07.01.2017
In memoria del Maestro Mauro Tartaglia

Cara Marisa, carissimi Nicola, Gianluca e Roberta,
voglio ricordare il mio Maestro che non è stato soltanto un formidabile insegnante dotato di un metodo che a distanza di tanti anni ritengo ancora innovativo. Egli è stato, per me, sopratutto un grande educatore ed un irripetibile maestro di vita; è stato un grande uomo capace di farsi piccolo tra i piccoli anche all’interno della scuola dove ha saputo valorizzare le attitudini di ciascuno di noi partendo dagli studenti più bisognosi di sostegno.
La nostra scuola era un laboratorio ambulante culturale e umano. Ogni occasione era buona per impartirci lezioni comportamentali che sono entrate a far parte in maniera del tutto naturale ed indelebile nel nostro patrimonio morale.
Durante una delle tantissime passeggiate alla scoperta dei monumenti, della toponomastica, dei mestieri che stavano scomparendo, della natura bellissima che ci circonda, vedemmo degli operai impegnati a riparare delle condotte fognarie. Il nostro maestro si fermò davanti a loro, ci fece notare che erano sporchi. Ci disse di ringraziarli perché grazie al loro lavoro le nostre case sono pulite. Ci spiegò l’importanza sociale di quel lavoro. Ci insegnò, con gesti concreti, il significato del termine rispetto; rispetto per l’uomo e per il lavoro.
Questo era Mauro Tartaglia, uomo buono e saggio.
Ritengo che questo non sia il momento per aggiungere altro perché in certi momenti la parola deve cedere il posto al silenzio, alla preghiera, al conforto morale e materiale che chi ha voluto bene a Mauro Tartaglia deve riservare alla sua famiglia alla quale porgo le mie più sentite condoglianze.
Michele Cristiani

In ricordo di Mauro Tartaglia

Melfi, 7 gennaio 2017

Il maestro Mauro Tartaglia, Medaglia d’oro al merito della pubblica istruzione, massima onorificenza scolastica più che meritata, non è più tra noi.
Mauro nella sua vita è stato tante cose, ma io credo che quella che più l’ha caratterizzato è stata l’essere un educatore.
I colleghi che hanno lavorato con lui sono qui presenti per rendergli l’ultimo saluto e per stringere in un abbraccio affettuoso la moglie e i figli.
I colleghi del tempo pieno mi hanno chiesto di ricordare la sua opera di maestro precursore di molte innovazioni scolastiche.
Ho conosciuto Mauro nei primi anni 70: avevo appena concluso il servizio militare quando ero stato riassegnato a Melfi, non più al plesso di Valleverde, come prima, ma al tempo pieno del Nitti.
I primi confronti con Mauro furono burrascosi: venivamo da due culture diverse. Io di ispirazione cattolica, iscritto all’AIMC, l’associazione dei maestri cattolici, e militante della Democrazia Cristiana, mentre Mauro, pur essendo credente, era di ispirazione laica ed esponente di spicco del partito socialista.
Erano quelli anni di grande fermento culturale: la scuola gentiliana era entrata in crisi, gli stessi programmi scolastici non erano più adeguati ai tempi profondamente mutati.
A smuovere le acque del mondo della scuola era intervenuto il sessantotto, che aveva fatto esplodere l’esigenza di democrazia e di partecipazione alla vita della scuola e ne aveva messo in discussione programmi e metodi di insegnamento.
Il 1971 la legge n. 820 aveva dato il via al processo di riforma della scuola, che si concretizzò poi con i decreti delegati del ’75, con la istituzione del tempo pieno nella scuola elementare.
Mauro colse al volo questa opportunità, intuendo le potenzialità di innovazione scolastica che si potevano realizzare al di là dello spirito e della lettera della legge e delle intenzioni del legislatore: per lui il tempo pieno della scuola elementare poteva e doveva diventare un progetto educativo di forte valenza democratica, capace di riscattare sul piano culturale quei ragazzi che a casa non avrebbero mai potuto usufruire di assistenza educativa nello studio.

Era l’idea del riscatto degli umili attraverso la scuola, con approcci molto diversi, ora più rigorosi, ora più giocati sul versante dell’animazione, dei linguaggi alternativi, degli stili di organizzazione molto liberi.
Sul piano politico, il tempo pieno rappresentava per Mauro la opportunità di passare dall’assistenza scolastica all’affermazione del diritto allo studio e, quindi, a far vivere l’istruzione pubblica come uno dei diritti fondamentali di cittadinanza.
Per lui il tempo pieno doveva presentarsi non solo come modello organizzativo più compatto e integrato da altre materie di studio, rispetto alla esperienza dei doposcuola tradizionali, ma anche come una istituzione educativa integrata nella città, capace di costruire un rapporto con la comunità, con la cultura del territorio, in grado di accogliere e accettare le diversità, di rispettare e valorizzare le specificità dell’identità e delle radici.
Agli alunni dovevano essere prospettati orizzonti più vasti di quelli angusti del proprio quotidiano con la forza della conoscenza e dell’istruzione che emancipa e libera.
Il rapporto della scuola con la città era per Mauro fondamentale, sotto il profilo strutturale e culturale, non a caso scelse per se stesso la materia di “esplorazione ambientale”, come pure rivestiva grande importanza il coinvolgimento dei genitori alla vita scolastica anche se non possiamo dimenticare le asprezze di conflitti tra sostenitori e detrattori del tempo pieno anche all’interno delle stesse istituzioni scolastiche; battaglie campali dove sembravano in gioco valori alternativi e idealità profonde, piuttosto che un semplice confronto sereno su strategie professionali di organizzazione dell’insegnamento.
La scuola a tempo pieno voluta da Mauro si qualificava come scuola della comunità, come un ambiente pedagogico “totale”.
Ma questo era stato anche l’ideale ed il progetto educativo di don Lorenzo Milani e, ancor prima, di don Giovanni Bosco: espressioni di un cattolicesimo impegnato per la costruzione di una scuola per la promozione umana.
Questi erano i miei modelli e i punti di riferimento per il mio impegno nella scuola.
E quindi, dopo un breve periodo di confronto e in qualche occasione anche di scontro ideologico, Mauro ed io scoprimmo che i punti di vista che ci univano erano più di quelli che ci dividevano.
E’ iniziata così una collaborazione leale e proficua in cui lo sforzo a superare le divisioni ideologiche era continuo. Tale collaborazione scolastica si tramutò ben presto in sincera e profonda amicizia e contribuì alla costruzione di un team di docenti in cui le diversità culturali e di ispirazione ideale erano un arricchimento per tutti e non più occasione di contrapposizione.
Un team di docenti capace di coinvolgere i genitori degli alunni nelle scelte educative e nell’organizzazione scolastica: molti genitori e nonni vennero in scuola o furono da noi raggiunti sui posti di lavoro e trasformati in docenti che raccontavano le loro storie, il loro vissuto e trasmettevano agli alunni la loro sapienza.
Un gruppo di docenti che all’occorrenza erano capaci di trasformarsi anche in imbianchini per dipingere le pareti della scuola che le esangui casse comunali non si potevano consentire di fare.
Un gruppo di docenti che riuscì ad ottenere il sostegno del Comune per garantire la mensa scolastica gratis a tutti gli alunni per favorirne la loro permanenza in scuola.
In questa battaglia per l’innovazione ci confortava il sostegno di persone meravigliose quanto autorevoli come donna Filomena Nitti, figlia del grande statista melfitano, e di suo marito il premio Nobel per la medicina Daniel Bovet, a sua volta figlio del grande pedagogista svizzero.
Mauro seppe coinvolgerli nei nostri progetti, divenne ben presto loro amico. Venivano spesso in classe a sedersi nei banchi con i bambini e ad interessarsi delle loro attività e ad interagire con essi.
Il privilegio di cenare e conversare con questi personaggi di grande spessore umano e culturale in casa di Mauro e Marisa è stata per me una esperienza che mi ha arricchito e di cui serbo un ricordo indelebile.
E come non ricordare le interminabili giornate sino a tarda sera trascorse a scuola o in casa di Mauro con tutti gli altri colleghi per fare la programmazione didattica o per preparare il materiale didattico e gli audiovisivi.
Ma, in quel periodo la scuola si caratterizzava ancora come un ospedale che cura i sani e respinge i malati per dirla con don Milani. Vi erano, infatti, le classi differenziali per I soggetti ipodotati e disadattati ambientali e, peggio, per i soggetti portatori di handicaps vi erano le classi speciali.
La nostra battaglia per l’abolizione di tali abominevoli ghetti non fu fatta di dichiarazioni astratte o solo di pressioni politiche fu, invece, di pratica quotidiana.
Mauro ed io siamo stati gli ultimi commissari di esami nella scuola speciale gestita dall’AIAS, perché subito dopo l’aver constatato che, malgrado lo spirito di abnegazione e la disponibilità delle maestre di quella scuola, a quei bambini mancava l’unica cosa di cui avevano veramente bisogno: il contatto e la frequentazione di altri bambini, di quelli che vengono definiti normodotati, abbiamo aperto un confronto con gli altri colleghi.
Con una decisione unanime di tutti i maestri del tempo pieno, abbiamo deciso di aprire le nostre aule alla accoglienza dei portatori di handicap con l’obiettivo di favorirne l’integrazione e la creazione di un progetto di vita che ne privilegiasse l’autonomia.
Tutto ciò anni prima che questa scelta fosse sancita dal legislatore.
Che emozione provammo quando i primi bambini affetti da sindrome di Down o da esiti di gravi malattie che ne avevano compromesso lo stato fisico, psichico o sensoriale entrarono nelle nostre classi ed iniziammo un esperimento che oggi è diventato pratica comune in tutte le scuole italiane, unanimemente accettata e regolamentata.
Mauro ricercò ed ottenne il coinvolgimento in questa innovazione rivoluzionaria del titolare della cattedra di pedagogia sperimentale dell’Università di Bari, prof. Vito Antonio Baldassarre e dei suoi collaboratori, nonché di una èquipe tecnica dell’AIAS che con il loro apporto multidisciplinare ci supportarono e sostennero anche nei momenti di scoramento, quando ci sentivamo inadeguati a sostenere tale immane sfida.
La tenacia, il coraggio e la lungimiranza e la capacità di Mauro di coinvolgere noi e gli altri in questi progetti che per l’epoca erano avveniristici e in qualche caso forse utopici saranno per sempre ricordati da quanti lo hanno avuto come collega e come maestro.
Arrivederci Mauro – riposa in pace.

Antonio Campaniello

domenica 8 gennaio 2017
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