Intervento del prof. Galasso sul Corriere della Sera

Segnaliamo con piacere l’articolo qui allegato del prof. Giuseppe Galasso, presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Nitti, sul Corriere della Sera del 2 Novembre 2017 dedicato alla crucialità ancora del rapporto nord-sud e alla modernità in merito degli scritti di Francesco Saverio Nitti.

IL SUD HA DATO TANTO LAVORO AL NORD. E NITTI LO SPIEGA BENE

di Giuseppe Galasso

Fra le richieste fondamentali dei referendum di Veneto e Lombardia è quella di una redistribuzione del prodotto fiscale, che porti a una decisa riduzione dei relativi trasferimenti dall’una all’altra parte del paese. Si pensa, come si sa, da parte dei promotori del referendum, a un Mezzogiorno parassita che — si dice — produce 10 e consuma 15 a spese delle regioni che produrrebbero 20 e consumerebbero di meno. Lasciamo stare la fondatezza (dubbia) di questa tesi. Lasciamo stare tutte le sue implicazioni polemiche e politiche. Lasciamo stare pure la questione della possibilità che la ripartizione delle entrate fiscali fra le varie parti di un paese possa mai avvenire o sia mai avvenuta sulla sola base della provenienza regionale del gettito fiscale. Prendiamoci, piuttosto, la libertà di qualche indugio sui precedenti storici italiani in questo campo. Gioverà, a tale scopo, uno dei libri che in questa materia hanno avuto maggiore importanza nella storia politica e culturale dell’Italia unita, ossia ilNord e Sud di Francesco Saverio Nitti, edito a Torino nel 1900. Erano, per l’autore, le «prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese pubbliche dello Stato in Italia». Era anche l’autore più abilitato a parlarne, avendo pubblicato a Napoli nello stesso anno Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97, del quale il volume torinese offre una redazione più discorsiva.

I risultati della ricerca di Nitti erano più che interessanti. Il Sud — egli affermava — «ha dato dal 1860 assai più d’ogni altra parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza; paga quanto non potrebbe pagare; lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno, e vi sono alcune provincie in cui è assenteista per lo meno quanto i proprietari delle terre». Tutto ciò era dimostrato con grande abbondanza di cifre e di calcoli, che provavano come «per cause molteplici (unioni di debiti, vendita dei beni pubblici, privilegi a società commerciali, emissioni di rendita) la ricchezza del Mezzogiorno, che poteva essere il nucleo della sua trasformazione economica, fosse trasmigrata subito al Nord». Poi «le imposte gravi e la concentrazione delle spese dello Stato fuori dell’Italia meridionale avevano continuato l’opera di male». Nitti valutava perciò che, in conseguenza di questi fattori, ossia della politica dello Stato, non meno di 4 o 5 miliardi delle lire del tempo dell’unità si fossero trasferiti via, via dal Sud al Nord. Il beneficio che il Sud ne aveva ricavato era stato, invece, sempre assai più esiguo del contributo fornito allo sviluppo dell’Italia, che era tutta molto cresciuta nel 1900 rispetto al 1860, ma al Sud decisamente molto di meno che al Nord.

Quella di Nitti non era, né voleva essere una recriminazione antiunitaria o, meno che mai, l’espressione di nostalgie borbonizzanti. Al contrario. Il suo senso dell’Italia e dell’italianità era fortissimo, e per lui la sperequazione fra le due Italie non rispondeva a nessun piano o calcolo predeterminato. Era stata la conseguenza delle necessità di condizioni oggettive del nuovo Stato formato nel 1860. Ad esempio, le minacce di guerra erano tutte sui confini settentrionali, ed era naturale che lì si concentrasse la spesa militare (fortificazioni, comunicazioni, presidii etc.), che era allora una molto grande parte del bilancio statale. Con la necessità, anche l’ignoranza vi aveva contribuito. Si riteneva il Sud un paese ricchissimo, senza percepire le molte sue ragioni di svantaggio, se non altro, geografico e naturale. Né Nitti mancava di riconoscere che ci si trovava in una condizione infelice «soprattutto per colpa stessa dei meridionali». Trovava, però, insopportabile che il Nord fosse stato così pronto a dimenticare un passato e lo stesso presente ad esso così vantaggiosi, e trattasse il Sud come un incomodo parassita. Per parte sua Nitti reclamava soltanto una più equa ripartizione sia del peso fiscale che della spesa pubblica, e non solo per ciò che il Sud aveva dato al paese in termini molto concreti di miliardi di imposte e di posposizione dei suoi interessi a quelli nazionali. Riteneva, infatti, altrettanto a ragione, che di un diverso Sud il Nord si sarebbe avvantaggiato anche più di quanto non si fosse già avvantaggiato per il proprio sviluppo, tenendolo, alla fine, in così poco conto.

 

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