“Andare per Matera e la Basilicata”

Presentazione del libro  di Eliana De Caro (Il Mulino, 2019)

Libreria Feltrinelli, Napoli, 16 settembre 2019

Intervengono Titta Fiore, Luigi Mascilli Migliorini, Stefano Rolando

Intervento di Stefano Rolando

(Università Iulm Milano, Presidente Fondazione “Francesco Saverio Nitti”, Melfi)

Sono onorato di poter partecipare – credo unico settentrionale, ancorché di tendenza sudista – alla presentazione di un libro che è tutto in chiave meridionale.

Naturalmente ne parlano qui due rilevanti intellettuali della capitale del Mezzogiorno. Luigi Mascilli Migliorini, che oltre ad essere un grande storico e principale allievo di Giuseppe Galasso è un grande mio amico. E Titta Fiore, autorevole firma del giornale Il Mattino,.

La principale meridionalità riguarda l’autrice, Eliana De Caro, e il contenuto del libro.

L’autrice è materana e porta la sua idea dell’Italia nel giornale più milanese che ci sia, il Sole-24 ore, forgiato da un secolo di consumo quotidiano da parte dell’esercito sociologico ambrosiano, costituito dai ragionieri, che dopo aver dedicato sei giorni su sette alla lettura dei listini di borsa e della traduzione in italiano della Gazzetta Ufficiale, sono premiati con le letture, per alcuni di loro marziane, del Domenicale.

Le mie tendenze “sudiste” sono varie, ma sul tema di questo libro rileva soprattutto l’impegno che ho assunto più di dieci anni fa di presiedere a Melfi, in Basilicata, la Fondazione dedicata a Francesco Saverio Nitti, il più contro-tendenziale degli intellettuali meridionali, scevro da vittimismi e con sguardo all’Europa e al mondo, che guidò il governo italiano in due anni gravi e cruciali della nostra storia contemporanea, dal 1919 al 1920.

Ho visto di recente un simpatico libro che riduce lo scaffale dei grandi classici della letteratura nel format comunicativo dei social media. Divertente e raccapricciante. Così faccio anch’io questa esercitazione di estrema sintesi. La sintesi di un tweet. Un tweet di esattamente 140 battute: il libro – 7 luoghi e 7 figure principali connesse a quei luoghi più 7 co-protagonisti – è molto bello e non consente di saltare le pagine.

Potrei dunque fermarmi qui. Ma per “anzianità metodologica” aggiungo qualche riflessione.

Saltare le pagine è metodo che perseguo spesso e che persino consiglio ai miei studenti. Qui però c’è’ un contenuto avvincente che lega luoghi soprattutto minori e fuori mano a figure che meritano molta valorizzazione. Si capisce dall’inizio che, malgrado il titolo, non è un rituale baedeker, anche se – per chi da giovane ha provato a girare Venezia con in mano John Ruskin e da ragazzo trovò avvincente il Viaggio in Italia di Guido Piovene – un “libro di viaggio” in fondo è. 

Il filo-rosso è quello di un genere letterario fragile e forte (metafora forse della Basilicata): la poesia.

I luoghi – lo si è detto – sono Matera, Aliano, Valsinni, Tricarico, Tursi, Montemurro e Venosa.

I protagonisti sono due multiformi e creativi settentrionali, anzi due piemontesi (Adriano Olivetti per Matera e Carlo Levi – scrittore, pittore, antifascista del Partito d’Azione, nel dopoguerra parlamentare della Sinistra indipendente –   per Aliano) e cinque poeti meridionali, due dei quali lontani nei secoli (Orazio per Venosa e Isabella Morra – con una meravigliosa storia che si svolge nei secoli – per Valsinni); poi il poeta dialettale Albino Pierro per Tursi, il poeta civile Rocco Scotellaro sindaco socialista di Tricarico, il poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli per Montemurro. Su di loro è bella e utile la bibliografia nelle ultime pagine. 

I co-protagonisti sono la sindaca comunista degli anni ’70 di Aliano Maria SantomassimoDacia Maraini e nientepopodimeno che Benedetto Croce per Valsinni ovvero attorno alla figura di Isabella MorraAmelia Rosselli per Tricarico; il milanese manager e lui stesso poeta Giuseppe Luraghi per Montemurro e l’inaspettato Giovanni Pascoli (per due anni professore di latino e greco a Matera).

A ben guardare questa rosa di nomi costituisce una radiografia culturale delle stesse pagine del Domenicale del Sole, con sguardo preferenziale alla poesia, ma con attenzione anche alla cultura di impresa, alle virtuose relazioni nord-sud, al profilo civile di una storia degli intellettuali che ha caratterizzato il novecento italiano.

Moltissimi sono i nomi importanti ma di contorno, alcuni dei quali generano ridondanze interpretative che consolidano l’idea che gli argomenti di cui si parla, le storie dedicate a questa piccola regione che si raccontano, sono patrimonio culturale comune degli italiani, anche se largamente da riscoprire.

Il senso dell’avventura di “Matera 2019” – che sta andando verso le conclusioni – è stato anche quello di sollecitare la riappropriazione – nazionale e internazionale – di un territorio, del suo patrimonio (cioè monumenti con significati oltre l’estetica materiale) e alcune figure che hanno animato il rapporto tra società, cultura e potere. Si è riusciti nell’intento? Credo che una spinta importante sia stata data. Proprio nei prossimi giorni si faranno bilanci (uno – di carattere comunicativo e narrativo – lo faremo a Villa Nitti il 25 e 26 ottobre insieme a Fondazione Matera 2019 per riflettere su cosa, come e a chi ha comunicato Matera 2019).

Certo nel libro non c’è tutto, non c’è tutta la Basilicata, non ci sono tutte le storie di cui disponiamo. Ma le scelte compiute sono già un percorso denso di curiosità. Mi è facile dire che non c’è il melfese con la sua capitale federiciana, la città delle Costituzioni federiciane, della contaminazione tra grandi nord e grandi sud europei di cui il Castello è un documento, la città di un grande italiano come Francesco Saverio Nitti (e poco lontano da Melfi Rionero con la storia di un altro grande meridionalista come Giustino Fortunato, appena accennato nel libro).  Due figure che offrono il destro per raccontare una chiave di lettura sulla identità antagonista dei lucani e se si vuole anche dei meridionali, tra pessimismo (Fortunato) e ottimismo (Nitti). Ma un libro che appartiene a un format editoriale che ha limiti di pagine non può raccontare tutto. Apre invece molte piste e muove molti interessi. E poi l’autrice ha aperto sicuramente un suo format narrativo che darà – ne sono certo – altri frutti.

Limito qualche riflessione in più a figure e racconti che sono quelli che si intersecano maggiormente con mie esperienze personali. Più una citazione di una ben raccontata co-protagonista.

Parlo dei riferimenti ad Adriano Olivetti, a Leonardo Sinisgalli e a Giuseppe Luraghi. E cito alcune rime di Amelia Rosselli.

Adriano Olivetti e Leonardo Sinisgalli sono legati essi stessi dall’esperienza, dal metodo e dalle vicende della meta-impresa che Adriano costruì attorno alla cultura e agli intellettuali. Certo non tutti gli intellettuali dovevano occuparsi di processi produttivi (come faceva Cesare Musatti alla direzione del personale). I più erano impegnati a costruire una intelligente pista reputazionale dell’azienda che, in fondo, non doveva vendere dolciumi o profumi, ma macchine da scrivere e da calcolo. Quindi prodotti in rapporto con il cervello.

Premetto di avere lavorato nella prima metà degli anni ’70 nella comunicazione di impresa del gruppo IRI, attraverso una nota grande agenzia di qualità, diciamo “autorale”, la RPR di Mario Lucio Savarese, in cui si muovevano alcune di quelle figure con cui ho avuto esperienze (da Franco Fortini a Gillo Dorlfes, da Eugenio Carmi Flavio Costantini). In quell’ambito ci si occupava, tra l’altro, di Rivista Finsider, che si muoveva nella logica del rapporto tra cultura e tecnologia di cui certamente Civiltà delle Macchine, espressione di Finmeccanica, che chiuse i battenti nel 1976, era capofila. La rivista era stata affidata da Giuseppe Luraghi a Leonardo Sinisgalli nel 1953, dopo la loro esperienza – uno come manager l’altro come intellettuale prestato alla comunicazione – in Rivista Pirelli.

Civiltà delle macchine era nel gruppo IRI e ormai in tutto il sistema delle grandi imprese italiane un riferimento obbligato. E nella mia giovanile esperienza Luraghi era anche un riferimento valoriale per il suo riferirsi alla tradizione socialista-riformista e per il suo litigare spesso con i vertici democristiani dell’Istituto. Sulla sua storia, sui nessi nord-sud e sulla storia del conflitto sociale e del conflitto interno al polo automobilistico italiano, finito con la scomparsa dell’autonomia dell’Alfa Romeo, c’è molta bibliografia legata anche al fondo delle carte dello stesso Luraghi su cui tanti hanno scritto e tanto ci sarebbe ancora da scrivere. Con Rivista Finsider – sorella, ma di rango minore, di Civilità delle Macchine, ebbi belle avventure.  

Mi toccò per esempio intervistare (avevo ventidue o ventitré anni) Renzo Piano a Parigi il giorno dell’inaugurazione del Beaubourg tutto acciaio; ma mi toccò anche scarpinare per la brughiera padana per andare a descrivere nei dettagli un laminatoio di pre-lavorati siderurgici a Paderno Dugnano. 

Così come mi toccò prendere il meglio del rapporto tra cultura e industria  (scrittura, immagine, arte, cinema), farne una grande mostra di originali (si chiamava “Firma Italia”) per girare nei paesi di alta competitività italiana (al tempo ricordo l’Iran ancora dello Scià e il Brasile tornato alla democrazia, dove arrivai grazie al ruolo lì importantissimo della Olivetti) scegliendo i più qualificati musei d’arte del mondo e facendo scrivere dalla migliore stampa locale: “se gli italiani si permettono di usare i loro più grandi intellettuali per comunicare vuol dire che dietro a questa grande comunicazione ci deve essere una grande industria” (lo scrisse il giornale brasiliano di S. Paulo gemello del Sole 24 ore, Gazeta Mercantil nel 1977). In quelle esposizioni in Brasile un’intera parete era dedicata all’esperienza di Civiltà delle Macchine e fu questa la vicenda che mi fece guadagnare la conoscenza personale di Sinisgalli.

A metà degli anni ’90, dopo avere lavorato in Rai, all’Istituto Luce e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, tornato alla vita delle imprese, sono stato  l’ultimo direttore delle Relazioni esterne, istituzionali e culturali del gruppo Olivetti, avendo ancora la possibilità di portare a termine alcune linee di raccordo tra cultura e impresa che, diciamo appartenevano alla tradizione olivettiana (qui ci furono anche attenzioni per Pozzuoli e per Matera) con raccordi ancora con gli uomini di quelle stagioni precedenti, da Renzo Zorzi a Giorgio Soavi a Riccardo Felicioli

Scusate i riferimenti personali, ma dovevo far capire che le pagine di Eliana De Caro su Olivetti Sinisgalli hanno, nella lettura che ho fatto, un filo diretto con queste storie (sia Goffredo Fofi sul Sole, sia Corrado Stajano sul Corriere, recensendo il libro, hanno dato spazio al “lavoro riformatore compiuto dagli olivettiani” (parole di Fofi) con riferimento specifico alla Basilicata e a Matera.

Storie che ancora oggi vengono citate come superamento dell’antagonismo nord e sud e come spinte alla modernizzazione dei territori meridionali. Esattamente come avevano in testa di fare Adriano Olivetti e, pur tra tanti contrasti, Giuseppe Luraghi. E come Leonardo Sinisgalli interpretò suggestivamente – lui ingegnere e poeta, uomo moderno ma legatissimo all’antichità lucana. Come raccontano le sue stesse poesie, tra cui raccolgo qualche verso che Eliana ripropone:

Terra di mamme grasse, di padri scuri 

e lustri, come scheletri, piena di galli 

e di cani, di boschi e di calcare, terra 

magra dov’è il grano cresce a stento 

(carosello, granturco, granofino)

e il vino non è squillante (menta 

dell’Agri, basilico del Basento!) 

e l’oliva ha il gusto dell’oblio, 

il sapore del pianto.

Vorrei concludere con la citazione di versi molto particolari – che stanno nel libro – di Amelia Rosselli.

Amelia Rosselli, nata a Parigi nel 1930, era la figlia di Carlo Rosselli, il mio eroe preferito del ‘900. I fratelli Rosselli avevano una stretta consonanza con Francesco Saverio Nitti, come loro esule in Francia, soprattutto con casa Nitti a rue Vavin a Parigi. I loro corpi straziati finirono nelle mani pietose ma ormai impotenti di un grande medico, scopritore dei sulfamidici e morto per le connesse sperimentazioni, che fu il figlio di Nitti, Federico, direttore della Batteriologia dell’Institut Pasteur a Parigi. Amelia – nome un po’ desueto – se mi è consentita l’annotazione privata, è anche il nome di mia nonna materna e anche quello di mia figlia.

Eliana De Caro sceglie i suoi versi – apparentemente misurati, senza alcuna retorica, in verità commoventi occhi di una moderna Maddalena sul corpo di Cristo – per raccontare il corpo senza vita di un giovane trentenne, dieci anni più di lei con legami recenti, che suscitò le speranze di molti grandi negli anni migliori della politica italiana a cominciare da Manlio Rossi Doria (azionista, socialista, confinato a Melfi e legato alla Basilicata), strappato a tutto ciò su cui esercitava il diritto culturale alla critica e il dovere politico del cambiamento, Rocco Scotellaro.

Dopo che la luna fu immediatamente calata

Ti presi tra le braccia, morto.

Un Cristo piccolino

A cui mi inchino

Non crocefisso ma dolcemente abbandonato 

Disincantato.

(…)

Mi sforzo sull’orlo della strada

A pensarti senza vita,

Non è possibile, chi l’ha inventata questa bugia?

(…)

C’è molto, molto di più, nel libro di Eliana De Caro. Leggetelo. Ho fatto la mia parte di settentrionale andando a cercarmi alcuni riferimenti alla fascinazione nordica della Basilicata. Ma vi assicuro che la fascinazione identitaria meridionale è la cosa più importante e – se posso dire – anche la più sofferta. 


Carlo Levi, “Lucania 61” , Palazzo Lanfranchi Matera (particolare riguardante Rocco Scotellaro e la vita civica)
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