Il prof. Stefano Rolando, presidente della Fondazione Nitti, è intervenuto al “Graduation day” organizzato dall’Università degli Studi della Basilicata presso il Teatro Stabile di Potenza. Di seguito il testo del suo intervento e la photogallery.

“Riflettiamo sul provocatorio messaggio di un secolo fa di Francesco Saverio Nitti ai giovani meridionali: “Briganti o Migranti”.

1. A chi se non ai giovani meridionali pensava Francesco Saverio Nitti scrivendo dei dilemmi storici e sociali nel quadro del difficile avviamento dell’unità d’Italia? In realtà provocava in modo stressato il dibattito. Lasciando aperta solo la forbice patologica del dilemma. Scriveva infatti: “Briganti o migranti”. Come se queste fossero le prevalenti soluzioni in campo. Non sarebbe stato legato al suo nome né un vero pensiero, né una seria linea di azione e di riforma dello Stato e dell’economia se quel quesito fosse rimasto nel vuoto, nell’indistinto minaccioso. Fosse anche nella sola invettiva contro il destino. Pur se nello spirito di scuotere e di responsabilizzare. In realtà anche un secolo fa era possibile cambiare e migliorare l’Italia.Per questa ragione allusiva, la vicenda di un lucano di famiglia garibaldina, che arriva per talento a governare, con visione nazionale e internazionale, questo Paese nel tempo in assoluto più difficile, ci interessa. E ci fa dire che anche oggi, con sguardo europeo, è possibile cambiare e migliorare l’Italia. Cosa vuol dire brigante? Vuol dire colluso, anche indirettamente, con un mercato del lavoro meno libero di come dovrebbe essere. E cosa vuol dire migrante? Vuol dire messo nelle condizioni di non poter coniugare a casa propria competenza e dignità.

2. La forza della ragione e il carattere pedagogico della storia – che altro vuol dire studiare e laurearsi? – valevano alla fine dell’Ottocento, nelle burrasche del Novecento, in questo avvio di terzo millennio globalizzato e provocato da crisi della salute, dell’ambiente, della libertà, della prosperità.Valevano (e valgono oggi) a certe condizioni.- A condizione che qualcuno ci riflettesse (e ci rifletta) sopra con creatività e spirito di proposta.- A condizione che un processo educativo di tipo interpretativo e non solo descrittivo ne facesse (e ne faccia) materia accessibile per tutti.- A condizione che le barriere sociali, familiari e persino personali non fossero lì (come in alcuni casi sono ancora lì) a proteggere gli stereotipi.Il tema è di valutare, giorno per giorno, la distanza tra le parole della ragione e la realtà dei conflitti del nostro tempo. Penso sinceramente che quando ti laurei prendi il passaporto per giudicare in modo adulto e responsabile queste distanze.

3. La parola stereotipo induce ad un inciso. Di cui sento stimolo disciplinare nel quadro delle riflessioni nel giorno che segna felicemente il vostro Rubicone tra apprendimento e posizionamento. In entrambi i casi penso sia agli aspetti culturali che a quelli civili. Rispetto a qualunque genere di laureati – non fa differenza essere medico, giurista, storico, ingegnere, sociologo o economista – la comunità di appartenenza meridionale (per nascita e per studi) obbliga ad una lettura seria e per molti nuova non solo del Sud oggettivo, statisticamente realistico. Ma anche del Sud rappresentato, quello che attraversa varie forme di immaginazione, di storpiatura delle cause storiche, di pressappochismo definitorio, di avviluppo di valori e stereotipi. Ricordando che per una parte cospicua degli italiani gli stereotipi finiscono per essere valori. Così da dover fare i conti – civili e professionali – con una battaglia complessa, che esiste soprattutto dall’affermarsi delle comunicazioni di massa. La battaglia cioè contro una insufficienza critica nei confronti delle rappresentazioni mediatiche. Ma anche la battaglia, all’opposto, contro un compiacimento eccessivo nei confronti di un utilizzo corsaro degli stereotipi stessi (ne è un esempio colossale il primato del sud e soprattutto di Napoli nella produzione e del successo della fiction televisiva italiana, quasi sempre ben fatta che però fatica a prendere le distanze da quegli stereotipi). Non dilato questo spunto che dovrebbe costituire una sorta di corso supplementare obbligatorio per qualunque corso di laurea di una Università meridionale. Cioè per attrezzare ogni futuro professionista alla doppia lettura del proprio contesto: quello reale e quello immaginario ovvero rappresentato (argomento su cui permettetemi di far menzione di un bel libro, La parte cattiva dell’Italia, di Valentina Cremonesini e Stefano Cristante, edito da Mimesis , che può essere un buon approccio a questa consigliata integrazione cognitiva).

4. Per l’onore che mi è fatto – a valle della mia storia di professionista, di operatore pubblico nello Stato e nelle autonomie territoriali, nel lungo percorso di insegnamento, oggi anche di presidente della fondazione radicata qui in Basilicata e legata al nome del presidente Nitti – di parlarvi oggi, provo a dirvi in breve a chi credo di parlare. Credo di parlare a studenti uguali ai miei studenti a Milano, uguali in particolare nell’attimo di liberazione e di gioia rappresentato da un graduation day. Devo anche dire uguali ai giovani di ogni generazione che, subito dopo quell’attimo liberato, devono fare i conti dappertutto con gli irrisolti del nostro tempo, con i conflitti generazionali e sociali da interpretare, con le regole della propria comunità di appartenenza. Quella comunità che un sociologo americano mezzo secolo fa studiò sui frammenti diversi del territorio italiano considerandola una immensa macchia di leopardo circa il grado di civismo espresso. Si chiamava Robert Putnam ed è tuttora vivo, vegeto e interessato al nostro Paese . Paese che continua ad esprimere nei territori problemi di civismo e – voglio dirlo con chiarezza – non solo al Sud. Essere ottimisti (e io lo sono, per me e per voi) non vuol dire offuscarsi la vista.

5. Ringrazio quindi il Rettore prof. Mancini per avermi chiamato a parlare in questa giornata. Lo saluto insieme a tutti i colleghi dell’ateneo, in cui ho molti amici, con un pensiero particolare per Aurelia Sole, già rettrice, per il contributo che ha dato e che dà all’organizzazione culturale ed educativa del Mezzogiorno e, in questo quadro, anche alla Fondazione Nitti. Qualcuno in questi anni ha sollevato qualche volta dubbi circa il fatto che un settentrionale possa guidare una fondazione così dichiaratamente meridionalistica quale è quella legata alla figura di Francesco Saverio Nitti. A proposito di stereotipi! Non ho mai risposto accampando la sicilianità di mio nonno. Avrei potuto fare anche lo spiritoso raccontando che mia nonna è nata, come è vero che è nata, in Egitto… che è più a sud del nostro sud. Ho provato invece a tenere a mente – lo ha ricordato Giuliano Amato nelle conclusioni del forum Sud& Nord svolto a fine giugno a Villa Nitti a Maratea – che il rapporto tra unità e diversità nutre la sostanza ultima della nostra Costituzione . Tra l’unità e la diversità conta il “rapporto”, conta l’evoluzione della relazione, conta la qualità dell’interazione. Che rappresenta soprattutto nel rapporto Nord e Sud un inventario che non può essere legato solo alle vacanze dei settentrionali e ai radicamenti migratori dei meridionali. Deve modernizzarsi nella partecipazione a progetti comuni, Mio padre, milanesissimo, aveva fatto la terribile guerra di Grecia, comandando una compagnia di ragazzi italiani di ogni dove. Fece il suo viaggio di nozze nell’Italia liberata andandoli a trovare uno ad uno, soprattutto nel nostro Mezzogiorno. E con lui, a otto anni, imparai a conoscere le palme e i fichi d’India. Scoperte memorabili e indelebili. A quell’età sapevo a che Paese appartenevo.

6. Nitti – non tutti lo sanno – nel piagnisteo nazionale ipocrita che riguardava l’immenso flusso migratorio nazionale (tra il 1880 e il 1920 metà dell’Italia emigra!) – ebbe opinioni opposte persino al suo maestro Giustino Fortunato, per convenire certamente con il carico doloroso dell’evento, ma individuandone il contributo alla sprovincializzazione, alla crescita sociale, al rafforzamento delle competenze collettive, al reddito delle famiglie .La cultura del nostro radicamento identitario – che torno a sentire molto vivo tra i giovani e vivissimo tra i giovani meridionali (quasi un terzo di un’aula universitaria a Milano) – aiuta a vivere le esperienze di studio e lavoro nel mercato globale dell’apprendimento e delle professioni con l’elastico mentale e culturale verso la propria terra. Prima o poi – in un modo o nell’altro – si torna. Nel frattempo si stimolano cose che nel nostro Mezzogiorno devono tuttora rafforzarsi:- non aspettare tutto dall’alto; – partecipare con orgoglio ai processi di trasformazione, di ibridazione, di innovazione; – essere inflessibili contro il degrado culturale e ambientale, valutando il nostro oikos come risorsa primaria.

7. Circa l’espressione “radicamento identitario” devo ad un amico stimato e giovane collega storico di Unibas un confronto di opinioni che mi fa precisare ogni lontananza da un’idea primatista e rivendicativa, ma l’adesione al concetto di condividere un patrimonio simbolico collettivo ineludibile per la qualità sociale di ogni comunità legata da fattori non solo materiali ma anche immateriali. 8. La morale di queste riflessioni potrebbe tradursi così: se volete andare altrove, in Italia o nel mondo, non è né un’offesa, né una sconfitta. Ma tenete a mente che i legami identitari lavoreranno dentro di voi e indurranno prima o poi a pareggiare alcuni conti. Se volete fare ora i conti con quei legami, benissimo ugualmente. Ma tenete, se volete, in vista il tema del vostro contributo possibile per cambiare o almeno per migliorare il vostro contesto

9. Pensavo a questa giornata mentre vedevo lo scorrere della nostra avventura olimpica.Storie di riscossa dal basso, storie di vasta ibridazione etnica, storie di fierezza sociale e identitaria nel concetto moderno e plurale di “patria”. A cui si sono aggiunti i caratteri della dura e tenace battaglia per rovesciare l’handicap che ci ha avvinto attorno alle recentissime ParaOlimpiadi. Questa vostra laurea è – nel suo piccolo/ grande significato – una sorta di olimpiade personale. Vi auguro di viverla dentro di voi trovandole dei significati anche non apparenti. Molto spesso vedo, nelle dediche che gli studenti scrivono nella pagina bianca che separa il frontespizio dall’indice, la citazione dei genitori (diciamo lo sguardo indietro di ringraziamento); oppure la citazione di fidanzati e fidanzate (diciamo lo sguardo avanti); oppure ancora la citazione dei nonni (una voce che vedo alla riscossa, che significa apprezzamento per il tempo affettivo dedicato). Non vedo mai – e mi aspetto invece sempre – dediche a sé stessi. Non di presunzione, ma di orgoglio, di investimento, di progetto. Questo oggi è il mio pensiero principale. Dedicate la giornata a chi vi è caro. Ma dedicate lo strumento della vostra riorganizzazione personale (si può chiamare così una laurea?) a voi stessi, stipulando oggi un patto personale sui punti in cui si incrociano le competenze acquisite, i valori di appartenenza e lo sguardo ai bisogni collettivi. Arriverà il giorno in cui misurerete su questo pensiero – più che sui soldi guadagnati o sugli incarichi conquistati – la vostra vera crescita.

10. Voglio dire un grazie, di cuore, a tutti voi per avermi ascoltato.

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